OLBIA ANNI 60


foto archivio nello di salvo

foto archivio nello di salvo
L’Olbia degli anni 60 resiste nei dettagli e rivive nei ricordi di chi la ripensa com’era. Tanti i personaggi tipici, gli angoli vissuti, gli aneddoti curiosi, le leggende tramandate, le storie vere o presunte, le risate nel ricordare situazioni, circostanze, usanze, rituali. Le serate passate al chiaro di luna ai giardinetti dell’Isola Bianca e allo Chalet, le scampagnate estive a Cabu Abas con gli amici, le vigne rigogliose in cui si andava a giocare, le feste all’Astra e al Cinema Olbia, le tovaglie bianche dei banchetti nuziali imbanditi disposti tra le vie e le piazze.

Si rideva, tra le donne sedute nei portoni delle case o affaccendate nelle commissioni domestiche al mercato civico, tra i cantastorie, i venditori ambulanti e i banditori di carne. Si lavorava di buona lena nei campi, a Olbia arrivavano i carri carichi di ogni ben di Dio: sughero, granito, tessuti, frutta, verdura, botti di vino, persino mandrie e greggi da imbarcare verso l’Italia, dall’unico porto del nord dell’isola. E le partenze, gli addii e un senso d’appartenenza alla città, sentito come un valore importante da conservare e difendere .

La sera, con l’inizio della bella stagione, si stava seduti per strada con le seggiole. Ci si sedeva fuori dai portoni con uno sgabello a mangiare una fetta d’anguria o qualche dolce secco nel dopo cena. Bambini, mamme, giovani donne s’intrattenevano fino a tardi, gli uomini giocavano a carte su di un tavolo portato all’esterno. Le porte erano sempre aperte senza il rischio che entrasse qualche malintenzionato. Chi aveva una televisione nella stanza che s’affacciava alla strada faceva in modo che si potesse vederla anche da fuori, ad uso comune. Tutti si conoscevano e sapevano di tutti, condizione fastidiosa secondo alcuni, ma infondo così piacevole: se mancava un mazzo di prezzemolo o qualsiasi altra cosa, si poteva chiederlo a chiunque senza sentirsi troppo invadenti.

La gente in quegli anni frequentava i circoli parrocchiali, i consigli comunali, gli spettacoli nelle scuole, i ricevimenti di ogni tipo, le botteghe, le feste. Non esistevano solo i bar come spazi di socializzazione. C’era una grande necessità di comunione, collettività, dello stare insieme per il semplice piacere di farlo. Nelle pause dal lavoro ci si riuniva in Piazza Margherita dove nelle panchine ci si sedeva a leggere qualcosa. Si passeggiava ininterrottamente dalle 17 in poi per il corso. Si ascoltava spesso la radio nei bar, si facevano due chiacchiere volentieri in attesa di pagare le bollette alle poste. Insomma, si perdeva volentieri del tempo con tutti.

Dai portoni aperti delle botteghe sartoriali si diffondeva nell’aria il gorgoglìo vivace delle sartine. Andavano lì gratuitamente per imparare il taglio e cucito e il ricamo: iniziavano alle nove del mattino e finivano alle otto di sera, solo qualche ora da mezzogiorno la dedicavano alla pausa pranzo. Altre andavano dalla suore di Via De Filippi per imparare l’educazione domestica. In piazza Regina Margherita, la sarta più famosa era l’abilissima tempiese Antonica Trano che istruiva una decina di giovani donne alla volta.

Testi di Giulia Eremita dal libro OLBIA nelle foto di Nello di Salvo -Coverbooks, 2003
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