olbia fine anni 50


foto archivio nello di salvo

foto archivio nello di salvo
Nel Corso, prima delle macchine e delle prime code nella parte bassa dovute all’impiccio della ferrovia, circolava, fino alla fine del 50’, il bestiame. Vi passavano anche i carri a buoi con i passeggeri che venivano “parcheggiati” in Via Acquedotto Romano con una corda che legava la bestia agli anelli al muro. Il Corso fu un ciottolato con guide apposite per le ruote del carri fino alla fine del 40’, quando fu lastricato: uno dei primi grossi lavori commissionati dal comune ai giovani, primo tentativo di arginare la disoccupazione giovanile.

Architettonicamente la città si sviluppava in orizzontale, gran parte delle abitazioni erano a uno, massimo due o tre piani, andava diventando la città delle diecimila casette, già nel 60’. Ancora Viale Aldo Moro era una larga via di campagna, storta e in salita, che finiva con le ville di Fideli, Pintus e Nieddu. Ad ovest della città le case terminavano in Via Sicilia, a sud si fermavano in Via Roma, poco prima del Cimitero dov’era disseminato qualche casolare. Non esisteva nessun altro quartiere.

La bretella ferroviaria l’attraversava, la delimitava, portava i passeggeri ai traghetti, passando dalla stazione centrale e da Su Cuguttu, bloccando il traffico in ben tre punti. In genere il treno al Molo dell’Isola Bianca arrivava puntuale alle 10 per portare i passeggeri alle navi. Era un lavoro coordinato tra i due mezzi: se tardava la locomotiva, il traghetto aspettava, il viaggiatore lo sapeva e viaggiava sereno, sarebbe comunque arrivato a destinazione e salito a bordo, prima o poi. Così succedeva che questo frequente ritardo alla partenza di 20/30 minuti diventava un’abitudine anche per chi sarebbe potuto arrivare in orario. Quando la scaletta stava per essere tolta ecco che arrivavano alla spicciolata i ritardatari, ognuno con una scusa diversa.

Testi di Giulia Eremita dal libro OLBIA nelle foto di Nello di Salvo -Coverbooks, 2003
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