olbia nel dopoguerra


foto archivio Nello di Salvo

Il 14 maggio del 43’ è nella memoria di tutti gli ultrasettantenni di oggi. Era una soleggiata domenica quando risuonò in città il fragore delle bombe e si subirono le incursioni nemiche. Vennero danneggiati numerosi edifici, tra cui il Municipio in Corso Umberto. Nell’attuale Piazza Matteotti successe il finimondo, molti palazzi diventarono impraticabili, così come alcuni edifici in via Porto Romano, dove l’Albergo Italia venne raso al suolo e si creò una voragine talmente grande da riportare l’acqua del sottosuolo in superficie. Anche l’hangar dell’idroscalo in Via Dei Lidi venne distrutto. Una catastrofe che seminò disperazione, ma mai rassegnazione. La ripresa economica nel dopoguerra fu lenta ma progressiva.

Negli anni ’50 l’attuale Molo Brin era il Porto Commerciale di Olbia: qui arrivavano navi dal pescaggio inferiore ai quattro metri. Lo scarico delle merci avveniva in due modi: quello rotaia che avveniva un paio di volte alla settimana, era uno spettacolo per tutti. Si andava lì appositamente a curiosare le ultime novità importate in città, intralciando il lavoro degli uomini della Guardia di Finanza che effettuavano i controlli. Da lì passava di tutto, dalle bestie, provenienti da tutta l’isola, ai primi marchingegni moderni, come ad esempio i televisori, esposti per la prima volta in una vetrina di elettrodomestici in Piazza Regina Margherita dove centinaia di bambini ammaliati e rapiti dalle mirabolanti magie del tubo catodico andavano a spiaccicare le loro impronte sui vetri. Nel frontemare c’era un chioschetto, l’edicola, la passeggiata che si riallacciava a Via Genova, era soprattutto uno spazio urbano più che una zona di frontiera.


La città era il raccordo principale di bestiame dell’isola che si svolgeva principalmente in centro. Mandrie nutrite di bovini e ovini venivano convogliate a Olbia per essere smerciate fuori dall’isola. I carichi di bestiame provenivano prevalentemente dall’entroterra sassarese e nuorese. Le bestie venivano radunate nel campo Boaro - ex granaio - in Via Gabriele D’Annunzio una volta alla settimana, laddove oggi è il Parco Fausto Noce. Lì venivano poi smistati e condotti in processione lungo tutte le vie del centro da una sorta di pastore “cow boy” che urlava a perdifiato facendosi largo tra la gente e cercando di disciplinare le bestie che spesso si disperdevano nel tragitto fino al Molo Brin. Tra i più tipici, “Biside Bonne” che urlava di fare largo alla gente con la stessa veemenza con cui richiamava le sue bestie. Dal passaggio a livello - che veniva azionato manualmente con una manovella non appena passava il treno - lungo tutta Via delle Terme, Porto Romano e Corso Umberto, fino a Via Principe Umberto, seguito il tragitto, le bestie venivano infine caricate sulle navi del molo Bosazza alla volta di Napoli. I ragazzini si divertivano a inseguire le bestie e ad infastidirle. Una volta arrivate al porto vecchio pronte per essere caricate sulle navi, qualcuna spariva, e così anche per il breve tragitto che le bestie seguivano in città: qualcuna improvvisamente cambiava direzione con l’ausilio di qualche stratagemma architettato ad hoc. Ad esempio, qualche vacca veniva legata alle sbarre del passaggio a livello e, se nessuno se ne accorgeva, veniva “depositata” quando la mandria era oramai lontana.

L’attività commerciale cittadina in quegli anni si svolgeva al Mercato Civico. Costruito nel 54’ dai resti dell’antico lavatoio cittadino, il Mercato era un’attrazione anche per la gente delle campagne. Così come l’intero trapezio che andava da piazza Matteotti, lungo tutto via Acquedotto e Via Regina Elena. In quelle vie c’era una processione continua di gente che si interrompeva solo al tramonto per riprendersi poi all’alba con il via vai di ortolani e commercianti che allestivano i banchetti.

Testi di Giulia Eremita dal libro OLBIA nelle foto di Nello di Salvo -Coverbooks, 2003
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